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Storia del giornalismo: dall’antichità ai new media

Il bisogno umano di conoscenza da cui è nata l’informazione, e dunque il giornalismo, ha radici millenarie. Già nell’antica Grecia e nell’antica Roma in ogni città erano presenti pubblici ufficiali il cui compito era declamare a voce per le strade notizie civili e religiose. Esistevano, addirittura, figure che a pagamento fornivano informazioni di tutti i generi. Questa sete di informazione e di notizie fece nascere presto l’esigenza di una documentazione scritta, dalla quale nacquero gli acta diurna e gli acta populi.

Questi primi rilievi storici del ricorso all’informazione scritta risalgono all’epoca in cui i domini territoriali di Roma si stavano espandendo, superando le Alpi e il Mediterraneo. Iniziarono, allora, a comparire i primi notiziari scritti, in forma molto primitiva. Fino a quel momento, le notizie più rilevanti erano state tramandate con gli annales, opere storiografiche che raccoglievano gli avvenimenti raggruppati per anno, e quelle di carattere quotidiano attraverso la tradizione orale.

Gli acta diurna, di cui non sono arrivati fino a noi prove fisiche ma solo cenni in altre fonti letterarie, sono stati, quindi, il primo esempio storico che possiamo considerare assimilabile al giornalismo in quanto prima divulgazione di notizie socioculturali, politiche ed economiche con l’obiettivo di fare informazione; ma anche di orientare l’opinione.

Anche nel corso del Medioevo, oltre alle trascrizioni dei monaci che contribuirono alla sopravvivenza ed alla trasmissione della cultura classica, vi fu un’attività quotidiana di divulgazione. I menanti, veri e propri precursori del giornalismo propriamente detto, scrivevano a mano avvisi e notiziari quotidiani o settimanali, che erano rivolti agli allora ancora pochi lettori. Continuava, come nell’epoca antica, una grande diffusione orale di notizie, annunci ed avvisi per mezzo dei banditori, che ne leggevano il contenuto a voce alta per le strade.

Bisogna aspettare la metà del XV secolo per assistere a quella che possiamo, con licenza, considerare la prima disruption del mondo editoriale europeo: nel 1455, Johannes Gutenberg introdusse nel nostro continente la stampa a caratteri mobili, già esistente da più di quattro secoli in Cina grazie ad un’invenzione di Bi Sheng. La facilità di riproduzione in serie di uno stesso testo grazie alla stampa aprì le porte alla diffusione sempre più capillare della comunicazione scritta.

stampa a caratteri mobili
Stampa a caratteri mobili

Nonostante l’avvento della stampa, in Italia Venezia si guadagnò una sorta di primato giornalistico con un notiziario redatto a mano, che cominciò a circolare nel 1563. Il governo della Repubblica lagunare diramava una comunicazione mensile di carattere istituzionale ufficiale nella quale, divise per luogo e data, veniva data informazione riguardo le attività del governo, le guerre e le trattative commerciali in essere.

Nonostante la grande rivoluzione portata dalla stampa ci volle un secolo e mezzo per arrivare a vedere il giornalismo prendere una forma, seppur embrionale, simile a quella della definizione odierna. Nel ‘600, in centro Europa, nacquero i primi giornali di informazione, basati sulla periodizzazione, inizialmente settimanale e poi quotidiana, delle comunicazioni, degli avvisi e degli scritti fino ad allora diffusi ancora in maniera saltuaria e disordinata. Queste gazzette iniziarono a diffondersi inizialmente nelle località più dedite al commercio, data la necessità dei mercanti di avere sempre a disposizione informazioni utili ai propri scambi.

Ben presto intorno alla produzione di notizie iniziò a raccogliersi una fitta élite intellettuale, che sfruttò gazzette e giornali per aiutare la diffusione culturale, scientifica e tecnica che fino ad allora aveva animato le discussioni solamente di alcune cerchie ristrette di acculturati. Le produzioni di Francia, Gran Bretagna ed Italia, a cavallo tra il ‘600 ed il ‘700, contribuirono al fiorire di una cultura giornalistica fino ad allora inedita. Le pubblicazioni riguardavano, inizialmente, recensioni di libri, articoli umanistici e studi scientifici. In quel periodo iniziava, però, ad esserci molto fermento intellettuale (e non solo, dato l’avvicinarsi dell’epoca delle grandi rivoluzioni) e gli scritti iniziarono a popolarsi di teorie illuministiche sulla libertà di stampa e di informazione, con lo scopo di diventare uno strumento per orientare l’opinione pubblica su tematiche fino ad allora poco dibattute.

Il formato quotidiano divenne definitivamente affermato in Inghilterra, nel corso del Settecento: alla fine degli anni Trenta del secolo esistevano già 400 giornali quotidiani nel paese, tra cui il News Letter edito a Belfast che, essendo pubblicato ancora oggi, è il periodico in lingua inglese più antico esistente. Sempre in quegli anni Joseph Addison e Richard Steele fondarono The Spectator, pubblicazione serale che trattava lo scenario socioeconomico e culturale di Londra, all’inizio della rivoluzione industriale.

News Letter
La copia più antica esistente del The Belfast News Letter

Tornando in Italia, dal 1764 al 1766, i fratelli Verri e Cesare Beccaria diedero il via alla pubblicazione de Il Caffè, storico riferimento dell’Illuminismo nostrano nel quale si fondevano, in un unico e nuovo ideale borghese, giornalismo culturale, ricerca letteraria e spinte patriottiche.

In Francia, durante la Rivoluzione Francese, ogni associazione politica aveva una propria pubblicazione che conteneva i proclami, le idee, i programmi e gli articoli dei capi rivoluzionari Danton, Marat, Sain Just, Robespierre e altri. Iniziò una vera e propria rivoluzione nella rivoluzione: attraverso la carta stampata le parti avverse non si risparmiavano attacchi e polemiche reciproche e, da Parigi, le notizie sulla situazione cittadina raggiungevano tutte le province di Francia.

Nell’800 in Italia cominciò a diffondersi un sentimento di identità nazionale e di avversione verso il dominio straniero che trovò nel giornalismo uno sfogo e un metodo di diffusione di ideali libertari. In quegli anni alcuni esempi celebri di questo fenomeno sono la Biblioteca Italiana ed il Conciliatore. Quest’ultimo, a cui collaborò tra gli altri anche Silvio Pellico, fu portavoce di esplicite dichiarazioni ed aspirazioni di libertà e di ricerca di un’identità italiana. Iniziò così, anche tra le pagine della carta stampata, il Risorgimento Italiano. A seguito dell’unità nazionale, nel 1861, iniziarono la pubblicazione, lungo tutta la penisola, i giornali moderni, con redazioni organizzate, tipografie e le firme di giornalisti professionisti che misero da parte le figure intellettuali provenienti da altre professioni e che, fino ad allora, si erano prestate a quel mondo.

Intanto, nei due secoli appena presi in considerazione, vi era stato negli Stati Uniti un movimento giornalistico molto strutturato fin dal periodo coloniale. Boston, capitale delle colonie britanniche, fu la prima città d’oltreoceano a pubblicare i primi giornali delle colonie, alla fine del XVII secolo. Persino il celebre Benjamin Franklin, scienziato e politico, si dedicò all’attività giornalistica seguendo le orme del fratello maggiore. James Franklyn era stato una figura giornalistica che era risultata piuttosto scomoda alle autorità, con il suo New England Courant sulle cui pagine aveva denunciato i malcostumi delle istituzioni, pagando con il carcere. Benjamin nel 1729 rilevò il giornale Pennsylvania Gazette, redatto nello stile dei giornali inglesi. Anche lui, come il fratello, dedicò ampio spazio ad aspre ed esplicite critiche verso il governo britannico delle colonie.

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Vignetta politica pubblicata nel 1754 dal Pennsylvania Gazette di Benjamin Franklin

All’inizio del secolo successivo, negli States venivano pubblicati 24 quotidiani, divisi tra le opposte correnti federaliste e nazionaliste. A seguito della Guerra d’Indipendenza dalla Gran Bretagna, le redazioni erano più libere e le testate erano caratterizzate dalla totale assenza di censura sui contenuti pubblicati. Il 1833 fu un anno di svolta per il giornalismo nel Nuovo Continente: il The Sun fu il primo quotidiano di New York ad essere venduto ad un solo penny, dando inizio alla stagione detta della penny press. Il quotidiano superò in un anno la tiratura di 10.000 copie. L’anno successivo divenne il giornale in lingua inglese più letto al mondo, superando il The Times di Londra con 20.000 copie. La penny press diede una spinta incredibile al mercato giornalistico statunitense che infatti, in soli 10 anni, portò il numero di quotidiani pubblicati da 24 a 138. La penny press permise alla stampa di slegarsi dal finanziamento e dal controllo dei partiti politici. Questa indipendenza comportò, inoltre, un cambiamento nelle tematiche e nel linguaggio, per avvicinare di più la classe operaia.

In tutto il mondo, i lettori stavano cambiando: dalla seconda metà dell’800 in ogni paese, i grandi quotidiani nazionali dovetterò competere tra loro per ottenere fiducia ed attenzione da parte di un pubblico sempre più eterogeneo e desideroso di avere informazioni di ogni genere, sempre tempestivamente aggiornate.

Il XX secolo fu segnato in Europa dai totalitarismi e dalle conseguenti divisioni politiche. In ogni paese la libertà di stampa subì la pesante scure della censura di regime. Quasi ovunque presero piede iniziative clandestine e sovversive, che si ponevano in contrasto con quella che era la stampa di sistema che era, invece, totalmente piegata alle esigenze della propaganda e priva di ogni carattere di oggettività.

Il dopoguerra ed il suo spirito di rinascita permisero al giornalismo di tornare libero. Alle vecchie testate, riorganizzate, se ne aggiunsero nuove: il pubblico era nuovamente cambiato grazie alla crescita dell’alfabetizzazione della popolazione ed al periodo di boom economico verso cui si stava avviando il mondo intero, spinto dal bisogno di ripartenza post-bellica. In Italia, su influenza ed ispirazione statunitense, nacquero i rotocalchi, pubblicazioni settimanali che trattavano tematiche di costume ed attualità con uno sguardo più leggero rispetto a quello tipico della cronaca, che era presente sui quotidiani.

A metà del XX secolo iniziò la contaminazione e la crossmedialità dell’informazione. A metà degli anni ’50, infatti, arrivò la seconda grande disruption in questo settore: con la televisione il giornalismo si espanse al di fuori della carta stampata. Nel nostro paese, la televisione pubblica imponeva che l’informazione fosse filogovernativa, ma negli anni ‘70 la liberalizzazione delle frequenze televisive garantì il pluralismo delle opinioni: le emittenti commerciali, sostenute totalmente dagli introiti pubblicitari e indipendenti dalla politica, diffondevano notizie completamente estranee a qualsiasi colore e orientamento politico-ideologico, dando ancora una volta al giornalismo un ruolo cardine nella crescita morale e culturale del paese.

primo telegiornale italiano
Il primo telegiornale italiano, andato in onda sulla RAI nel 1952

Ad inizio anni ’90, arrivò la terza disruption: internet. Il giornalismo online nacque ad inizio decennio negli Stati Uniti, con alcune piccole testate giornalistiche che decisero di testare le potenzialità della rete per aumentare la propria visibilità. In un attimo, il fenomeno si estese anche alle testate già affermate, che però dovettero scontrarsi con ancora un enorme digital divide: i lettori non erano disposti a pagare la stessa cifra per leggere online le notizie che potevano avere su carta stampata, essendo ancora il computer e internet strumenti poco conosciuti e con cui avevano scarsa familiarità. Fu uno scandalo sessuale a cambiare le regole del gioco: nel 1998, l’allora presidente degli Stati Uniti Bill Clinton venne coinvolto in quello che venne chiamato Sexgate. I dettagli della sua relazione clandestina con la stagista della Casa Bianca Monica Lewinsky dominarono le cronache dei giornali di tutto il mondo costringendo le testate a tornare alla pubblicazione online delle notizie, questa volta gratuitamente, come anticipazioni di quello che avrebbero pubblicato sulla carta stampata, pur di non rischiare di essere bruciate dalla concorrenza.

clinton impeached
Schermata del The Washington Post online, 20/12/1998

L’inizio del nuovo millennio ha segnato il definitivo cambio di passo del giornalismo online: di fatto la crescente disponibilità di dispositivi informatici, di connessioni sempre più veloci, la sempre maggior portabilità di una connessione personale che può seguirci ovunque attraverso uno smartphone o un tablet e l’avvento dei social media hanno reso l’informazione online la fonte primaria di notizie del pianeta. Oggi ogni testata è presente online, quando non lo è addirittura esclusivamente, ed i giornali cartacei sono diventati degli approfondimenti delle notizie in tempo reale che passano in rete, dove si sono moltiplicate esponenzialmente le fonti da cui attingere per conoscere cosa accade nel mondo. L’informazione, ora, può essere davvero libera da influenze di ogni genere.

Questo getta luci e ombre sul mondo dell’informazione. La parcellizzazione delle fonti ha sicuramente democratizzato il giornalismo e la sua divulgazione, sia per quanto riguarda la produzione – con pro e contro – sia per quanto riguarda la fruizione, ma rende molto più complicato l’esercizio critico del lettore. Siamo sempre più esposti a notizie provenienti da fonti incerte o inaffidabili e a fake news di ogni genere che, oggi, possono girare il mondo in un secondo con un semplice click del mouse o un tap sullo schermo di uno smartphone. Ma non può essere questo lo scoglio contro cui debba andare a schiantarsi il progresso. Anzi, la tecnologia, ancora una volta, può essere d’aiuto nel contrasto di queste dinamiche: il machine learning e l’intelligenza artificiale possono venirci in aiuto per mitigare e disinnescare le notizie non attendibili, come ad esempio accade grazie a progetti come Deephound o Reputation Manager.

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